Categoria: Sicilia

Sicilia in vespa

La Sicilia, un’isola meravigliosa. tra i luoghi più rinomati, ci sono Palermo, Noto Catania, Segesta, Cefalù, Taormina, Erice, Ragusa.

Tra le cose più belle abbiamo il mare, le spiaggie, i parchi, le riserve, ma ancora….

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Un'esperienza di straordinaria bellezza e benessere attraverso le Saline di Marsala, un'intera giornata, dedicata al benessere in un percorso UNICO.

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Una passeggiata a piedi, osservando il mare calmo, i gabbiani, gli spettacolari FENICOTTERI ROSA, le piccole barche dei pescatori che si riflettono sull'acqua, gli schizzi di acqua salata create dalle tavole di kitesurf. Tutta questa meraviglia nei pressi dell'isola lunga e sullo sfondo delle Egadi: Favignana, Levanzo e Marettimo.

Basta immaginarlo, per sentirsi pervadere da un'onda di benessere, ma vi assicuro che vivere un'avventura trekking lungo questo percorso è un esperienza autentica e Memorabile. La sensazione di leggerezza mentale con i muscoli si rilassano e la sensazione di benessere è assoluta.

Il passo lento, il vivere qui e ora, la lezione di meditazione o yoga, sono il valore aggiunto che rendono "la Passeggiata del Benessere nella Riserva dello Stagnone" ineguagliabile.

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Palermo e Messina nel cinquecento

La Sicilia e il sogno di divenire Capitale

La Sicilia e il sogno di divenire Capitale

di Salvatore Andrea Galizia

Verso la fine del XV° secolo, grosso modo nel periodo attorno la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, in Sicilia si accentuò la rivalità tra le città di Palermo e Messina. 

Questa rivalità è da considerarsi molto più radicale di quella che oggi avviene tra città vicine; i motivi che spingevano le due città allora più popolose dell’isola erano tanto di natura economica quanto di natura politica. 

Messina nel 500Messina era allora la città più ricca di Sicilia; i suoi abitanti e quelli delle campagne vicine avevano da tempo avviato la coltura del baco da seta al posto delle colture cerealicole lucrando enormi profitti. Messinesi erano i pochi mercanti siciliani che troviamo nelle piazze di tutto il Mediterraneo e messinesi pure i pochi banchieri siciliani che facevano affari nell’isola e non solo. La ricchezza della città sullo stretto aveva consentito al proprio senato cittadino di strappare al sovrano spagnolo (che allora era anche re di Sicilia) privilegi non indifferenti quale quello di possedere l’unica zecca dell’isola e, qualche decennio dopo, il privilegio di aprire un proprio ateneo universitario, il secondo in ordine cronologico dell’isola, dopo quello inaugurato alla metà del Quattrocento a Catania. 

Palermo e Messina nel cinquecentoPalermo, al contrario, non disponeva del flusso di liquidità della città sullo stretto e non era dotata nemmeno della tradizione mercantile della sua rivale. Assente pure un ateneo universitario (quello attuale nacque circa 3 secoli dopo). Il vantaggio della felice (l’appellativo di Palermo) era quello di essere sede del viceré il quale amministrava per conto del sovrano di Spagna, legittimo re di Sicilia. Per questo motivo tutta l’alta nobiltà dell’isola voleva vivere in città, a diretto contatto con la corte viceregia, proprio lì dove si ramificava il sistema di alleanze, di favoritismi, di privilegi che reggeva il piccolo regno di Sicilia. La presenza nella capitale del regno di tutta quanta la grande aristocrazia siciliana fece in breve tempo crescere a dismisura la popolazione cittadina; assieme ai loro signori arrivavano a Palermo le loro folte servitù, torbe di fedelissimi, clientele più o meno cospicue che vivevano dei favori dei loro nobili. Assieme a questi cresceva anche il bisogno di maestranze specializzate in disparate attività, spinte dalle esigenze del sempre più numeroso ceto nobiliare; maestri orafi soprattutto ma anche falegnami, sarti, musicisti, artisti di ogni genere.  

Non sarebbe troppo arduo paragonare la Palermo di allora con la Roma di oggi e Messina con Milano. La prima viveva attorno alle elites istituzionali, viveva delle spese delle corti nobiliari quanto quella viceregia. La seconda al contrario era assai produttiva e viveva delle attività connesse alla produzione della seta, alle attività commerciali e finanziarie. 

Questa differenza produttiva generò in breve non pochi malumori tra i messinesi che invidiavano a Palermo il titolo di capitale del regno e la sede del viceré. Nel corso del Cinquecento le pretese messinesi di ospitare il viceré si fecero talmente pressanti che gli stessi viceré trovarono più opportuno passare qualche mese l’anno nella città dello stretto per poi tornare a Palermo. L’idea di essere il centro direzionale di tutto il regno di Sicilia allettava così tanto i messinesi che in breve arrivarono ad avanzare proposte sempre più insistenti al re di Spagna.  

Una volta i messinesi offrirono una grossa cifra di denaro al sovrano spagnolo con la richiesta di divenire capitale del regno (costringendo i palermitani a fare altrettanto per frustrare le richieste messinesi) mentre in un’altra occasione Messina propose addirittura di dividere il regno di Sicilia in due regni distinti, con Messina capitale di uno dei due. 

Davanti al rifiuto dei sovrani spagnoli la città di Messina adottò una strategia più ardua solidarizzando con l’allora acerrimo nemico degli spagnoli, il re di Francia. 

Spagna e Francia lungo tutto il Cinquecento e il Seicento combatterono svariate guerre per il predominio sul continente e non solo; i messinesi pensarono bene che, se avessero parteggiato con i francesi e questi avessero avuto ragione degli spagnoli, di certo la città dello stretto avrebbe beneficiato dei favori francesi divenendo capitale di un regno di Sicilia con a capo il re di Francia. 

I sovrani Borbone di Francia vedevano ovviamente di buon occhio la nascita di una loro quinta colonna in Sicilia mentre i sovrani spagnoli (di casa Asburgo) paventavano una guerra proprio nel più fedele dei loro territori, la Sicilia. 

La rabbia dei messinesi toccò il culmine nel 1674 quando Messina strinse ufficialmente alleanza coi francesi e allontanò gli ufficiali del viceré. Contemporaneamente un contingente francese sbarcò nell’isola a sostegno della sua alleata e iniziarono i primi scontri tra contingenti spagnoli e francesi. 

La gran parte della nobiltà e delle città siciliane appoggiarono gli spagnoli e truppe locali affluirono contro la rivale filofrancese. Le operazioni belliche andavano avanti assai lentamente; la Spagna non poteva inviare truppe più numerose perché già prostrata dalle innumerevoli guerre nell’Europa continentale (conflitti conclusisi generalmente in modo sfavorevole) mentre la Francia non voleva impegnarsi troppo in Sicilia reputando l’intera campagna troppo rischiosa. Messina dovette condurre il conflitto quasi del tutto da sola e diede fondo a tutte le proprie risorse.  

Nel volgere di pochi anni, nel 1678, la città sullo stretto, stremata dall’assedio, dovette capitolare. 

Gli spagnoli entrarono a Messina con l’intento di umiliarla per sempre. Venne distrutta l’università, vanto dei messinesi, mentre la zecca venne spostata altrove. I pochi francesi a difesa di Messina riuscirono a scappare appena in tempo lasciando così i messinesi soli al proprio destino. 

Dopo di allora calò il sipario sulla città più potente di Sicilia e del suo sogno di divenire capitale di Sicilia. 

La Sicilia e il sogno di divenire Capitale

di Salvatore Andrea Galizia

Storia della ngiuria e di Don Salvatore Passadiqua

Storia della ngiuria e di Don Salvatore Passadiqua

Storia della ngiuria e di Don Salvatore Passadiqua, leggende siciliane.

di Katia Regina

In Sicilia ci si riconosce attraverso i soprannomi, li ngiuriii, ma guai a chiamare direttamente qualcuno pronunciando la ngiuria che si è guadagnato.

Ma come nascono questi soprannomi? Cominciamo col dire che non vi è una regola precisa, piuttosto una serie di motivazioni: il luogo di nascita, una caratteristica  fisica, o anche, semplicemente un atteggiamento stereotipato del personaggio in questione, ad esempio Naiddo scaippe asciote, ossia Leonardo coi lacci delle scarpe sempre sciolti.

I soprannomi sono sempre esistiti, fin dall’origine della storia degli insediamenti umani, e ancor prima se ne trovano esempi financo sui testi sacri. Una caratteristica tutta siciliana è sicuramente quella di trasformare la ngiuria in offesa, ecco dunque il motivo per cui non bisogna mai usarla direttamente. Questo aspetto si discosta dall’uso del soprannome in altre culture, che tende invece a distinguere o a glorificare l’individuo, ad esempio Alessandro Magno. Altra caratteristica tutta siciliana quella di estendere all’intera famiglia il nomignolo fino a tramandarla da padre in figlio, come una sorta di stemma di famiglia plebeo. Col tempo questo uso si è addirittura trasformato in veri e propri cognomi registrati regolarmente presso gli uffici anagrafici. L’uso del soprannome non ha mai smesso di esistere, ancora oggi  a molti personaggi dello spettacolo vengono regolarmente affibbiati nomignoli che non sempre tendono alla glorificazione.

La ngiuria eletta a rango letterario.

Un esempio su tutti è sicuramente il romanzo di Verga I Malavoglia, la storia della famiglia siciliana indicata già nel titolo, dal grande scrittore siciliano, con la stessa ngiuria. Un esempio più recente lo si trova nel romanzo di Saviano, Gomorra, in cui l’autore spiega che il soprannome di un boss camorrista è come una sorta di stimmate per un Santo, il soprannome di un boss indica sempre la sua appartenenza al sistema criminale.

Ecco dunque la storia di Don Salvatore Passadiqua, per scoprire come sia stato possibile trasformare una ngiuria in un cognome italianizzato, quali siano state dunque le dinamiche morali che hanno coinvolto il nostro personaggio e la comunità di appartenenza,  al punto di affrancarlo dalla sua condizione di miserabile, da Turiddu Passaddà, termine quest’ultimo usato per allontanare qualcuno indesiderato, a Don Salvatore Passadiqua… sol perché orami ricco.

Don Salvatore faceva il mulattiere, un lavoro umile e povero. Lavorava nei luoghi siciliani, tra Mezzojuso e Capofelice di Fitalia, quando un giorno, nei pressi della montagna di Morabito, venne attratto dai bagliori dei giochi d’artificio e dai suoni di musiche e danze che provenivano da numerose bancarelle che  vendevano ogni ben di Dio. Spaventato dalla visione, a cui non era certo abituato, arretrò per fuggire fino ad imbattersi in folletto travestito da mercante che lo bloccò per proporgli un affare, acquistare dei buoi per un solo soldo. Un affare davvero allettante, ma, come si diceva, don Salvatore era talmente povero da non disporre neppure di un solo soldo. Avvilito, dall’impossibilità di non poter approfittare di tanto vantaggio, si allontanò nuovamente, ma strada facendo venne fermato ancora da un altro folletto travestito da mercante, anche questo gli propose un ottimo affare, ossia, acquistare dei cavalli per dieci soldi. Altre offerte gli vennero fatte, da altrettanti folletti travestiti da  mercanti, ma alla quarta offerta di acquistare una dozzina di agnelli per un solo soldo accadde qualcosa di inatteso, dinnanzi all’impossibilità di acquistare gli agnelli per un solo soldo, il folletto non si rassegnò e mise a testa in giù Passaddà facendogli cadere una moneta che consentì a Turiddu di  acquistare un vitello.

Questo vitello cambiò la sorte di Passaddà, successivamente infatti riuscì a rivenderlo per un mucchio d’oro, da questo momento Turiddu divenne ricco sfondato.

La sua esistenza cambiò radicalmente, si spostava in carrozza, si prendeva cura degli altri attraverso opere buone, ma solo a condizione che se ne parlasse nei giornali.

La sua vita fu ricca di sfarzi, proprio come un gran signore, e quanti prima lo evitavano o lo ignoravano, ora, nella nuova condizione agiata, cambiarono atteggiamento fino ad elogiarlo. Lo stesso Podestà, che in passato lo aveva cacciato malamente dal palazzo municipale sol perché Passaddà non si era rivolto a lui con il Voscenza, ora, voleva dargli in sposa la sua giovane e bella figlia.

La storia narra che, pur di riconoscere dignità di sangue al ricco Passaddà, si frugò nelle carte degli antenati per risalire alle sue origini fino a scoprire che, in realtà, tra gli antenati di Turiddu si poteva risalire ad un trisavolo dal sangue celeste, questa scoperta autorizzò ufficialmente il cambio del cognome di Turiddo, non più Passaddra, ma Don Salvatore Passadiqua dei Principi dell’Oro.

Storia della ngiuria e di Don Salvatore Passadiqua.

l'asta del pesce a Selinunte

L’asta del pesce a Selinunte

L’asta del pesce a Selinunte

Tutto il mondo è un Teatro e tutti gli uomini e le donne non sono altro che attori. Essi hanno le loro uscite e le loro entrate. Una stessa persona, nella sua vita, rappresenta parecchie parti, poiché sette età costituiscono gli atti.
(William Shakespeare)

Ci sono cose che non si possono vendere a peso. Stiamo parlando di merce, alimenti che tutto il resto del mondo poggia sulla bilancia e fa stabilire il prezzo ad un calcolo matematico. Esiste un luogo in cui questa prassi non viene considerata, quasi fosse offensiva, perché ciò che si vende non è solo merce e basta, ma è un rito che celebra il giorno, l’inizio del grande gioco.

Si celebra ogni giorno a partire dalle otto del mattino a Marinella di Selinunte. Tutti diventano attori e spettatori, senza distinzione di ruoli, quando inizia l’incantu, nella piazza dedicata al grande Empedocle, all’interno di una piccola struttura, il pesce pescato, durante il pomeriggio del giorno precedente, viene esposto dentro  piatti di metallo, in bella vista e senza badare al chilo, prende vita l’asta del pesce. Una rappresentazione senza finzione, che vede come attore protagonista il banditore, il giovane, ma già esperto, Giovanni Salvo, che fissa il prezzo della base d’asta. ora al ribasso, ma talvolta anche con un rialzo notevole. Tutti in scena, dunque, pescatori e acquirenti, si recita a soggetto, ma il canovaccio prevede, nell’atto finale, dopo circa un’ora, l’entrata in scena dell’anziano Giacomo Barraco, il mentore che premia chi si aggiudica l’asta, con un ulteriore pesce pregiato da lui stesso scelto a suggello del patto. Ogni mattina una replica, suoni e profumi sempre nuovi pur restando gli stessi. Il rito che si perpetua nei pressi del Tempio.

L’asta del pesce a Selinunte

Trasformazione Digitale per le Ciliegie di Chiusa Sclafani

Trasformazione Digitale per le Ciliegie di Chiusa Sclafani

Mi chiamo Cristian e anche io porto avanti la Rivoluzione Digitale in Sicilia 

Trasformazione Digitale per le Ciliegie di Chiusa Sclafani

Ogni giorno, con passione, un imprenditore siciliano si dedica alla sua attività, incentrata sulla commercializzazione delle ciliegie. Il suo lavoro si svolge dalle 7.00 di mattina, quando inizia il tradizionale lavoro nei campi, per poi proseguire, dalle 7.00 di sera, nel mondo virtuale; Cristian Silvestro è riuscito così a digitalizzare la sua impresa. Cristian è un giovane di Chiusa Sclafani, piccolo centro all’interno della Valle del Sosio nella Città Metropolitana di Palermo, conosciuta anche come il Paese delle Ciliegie, dove annualmente viene svolta una sagra per promuovere e valorizzare un prodotto tipico, per il quale gli amministratori locali, intendono richiedere il riconoscimento del Marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta).

Da sempre Cristian, con determinazione ha portato avanti la sua azienda agricola, commercializzando frutta ed ortaggi diversi; ma ciò che contraddistingue meglio la qualità della sua produzione è data dalle ciliegie tipiche di Chiusa Sclafani, un’eccellenza del territorio locale, che grazie alla passione di Cristian, non sono viste soltanto come semplice frutta da tavola, ma trasformate in liquori venduti all’estero.

L’incontro tra Cristian e weStart (Think Tank di Professionisti Siciliani) gli ha dato l’opportunità di allargare i propri orizzonti, per espandere la sua attività, servendosi dell’innovazione digitale.

Dopo l’incontro con il team di weStart, Cristian ha deciso di intraprendere un nuovo percorso, tracciato dalle potenzialità offerte dal web, per dare una marcia in più alla sua azienda.

La decisione di Cristian, dettata oltre che dalla necessità di innovare la propria azienda, stando al passo con il progresso delle tecnologie informatiche, considera soprattutto l’opportunità di raggiungere una maggiore competitività sul mercato e per potere confrontarsi, quindi, con altri colleghi imprenditori che hanno già una propria identità digitale, rivolta all’industria 4.0.

Per molti giovani imprenditori siciliani, come Cristian è consolidata la visione dell’offerta di beni e servizi di qualità, ma ciò che, purtroppo, è assente è la considerazione degli strumenti che possono certificare la tracciabilità dei prodotti, per dare quindi la possibilità ai consumatori finali di visionare tutti i passaggi della filiera fino ad arrivare negli scaffali dei supermercati.

Il vantaggio ottenuto dalla digitalizzazione delle imprese, è stato riscontrato da Cristian,  durante la frequentazione di un corso insieme ai ragazzi di weStart e a un team di sviluppatori di strumenti innovativi digitali. 

Ciò ha permesso a Cristian di adoperare un QR code, grazie al quale gli acquirenti dei suoi prodotti, possono seguire l’intero percorso effettuato da un liquore al gusto di ciliegia, prima di finire nella sua tavola, riuscendo a varcare anche i confini nazionali, per essere gustato ed apprezzato.

Un’altra nota di merito, per Cristian, è evidenziata da uno sforzo di sacrifici, effettuato in piena emergenza per contrastare l’avanzata del Covid-19.

Si tratta, in definitiva, di una decisione che ha portato Cristian ad usare strumenti di marketing digitale, legato alla produzione delle ciliegie, prodotto d’eccellenza in un territorio, quello di Chiusa Sclafani, ricco di bellezze naturali; una decisione presa in un momento difficile come l’attuale pandemia e che sicuramente è motivo d’orgoglio per la parte più bella della Sicilia: quella che sa reagire alle difficoltà.

Cristian, non si è mai arreso né alla crisi, né allo spopolamento del suo paese, mostrando determinazione e tenacia; il suo lavoro deve servire come esempio da seguire, soprattutto per i più giovani affinché possano dedicare tempo e cuore alla proprio terra.

Fra i prossimi obiettivi di Cristian vi è la creazione, assieme ai ragazzi di weStart, di una piattaforma digitale, per la vendita di prodotti tipici siciliani, come le sue ciliegie.

Lo scopo di questa piattaforma è attrarre viaggiatori interessati alle vacanze slow, ovvero quel modo di viaggiare attraverso i percorsi meno battuti, lungo i quali l’anima dei luoghi e delle culture locali emerge in  modo autentico, sentito, senza compromessi con la massificazione dell’offerta turistica che tutto uniforma e comprime.

Il turismo slow non a caso è stato preso in seria considerazione dalla Regione Sicilia, che intende favorire ai turisti l’opportunità di visitare l’isola, facendo ottenere uno sconto sul secondo passeggero.

Il successo del turismo slow, potrebbe manifestarsi, come auspicano molti siciliani, azzardando una battuta: nel momento in cui, il turista avviandosi lungo la via del ritorno a casa, rimasto colpito dalle innumerevoli bellezze della Sicilia, se ne innamora a punto da procedere con passo molto lento (slow), fino a perdere l’aereo.

Un sogno da realizzare, una scommessa sul futuro e la voglia di rivincita, gli ingredienti  per il rilancio dell’economia siciliana ci sono tutti; per farlo l’unico modo è fare squadra ed è proprio ciò la base su cui si fonda WeStart, gruppo di professionisti siciliani, decisi ad unire risorse, competenze e idee, per mostrare al mondo intero il fascino di una terra desiderosa di riscatto.

weStart (Sicilian Talents A Real Transformation)

Fonte: Alpha Agency

Duomo Marsala

Marsala sulle origini di Lilybeo

Marsala, sulle origini di Lilybeo. Non più fenicia, punica, ellenica, o romana, ma autoctona ed indigena la nostra gente primitiva

Marsala, Sulle origini di Lilybeo non tutti gli studiosi sono concordi, alcuni si accostano al mito, altri, contrappongono un forte scetticismo a questa ricostruzione. Per i primi, dunque, non furono  i Fenici ad inaugurare il luogo, essendo questi  un popolo a vocazione commerciale, sostengono, non avrebbero mai potuto fermarsi in un luogo trascurando i traffici.

Barbari randagi dunque,  i primi a popolare il territorio, lestrigoni, lotofagi e ciclopi, sostiene il mito, uno spazio conteso,  successivamente, con i Sicani e i Siculi. In ogni caso, nessun altro popolo della Sicilia è tanto ricco di testimonianze di insediamenti primitivi che ne dimostrerebbero l’attendibilità storica  intrecciando il mito alla storia. A corroborare quest’ultima ipotesi ci sarebbe a Marsala,  una testimonianza tangibile e tutt’ora fruibile; Il pozzo della Sibilla, dedicato al dio Apollo, situato nell’estremo lembo di un territorio che offre un facile approdo, accogliente per il clima e le ricche terre fertili. Furono queste, dunque, le condizioni che indussero i navigatori Fenici a fondare una colonia nell’antistante arcipelago dello Stagnone, scegliendo in prima istanza l’isola di Mozia,

Ercole Tebano, dimorando in Lilibeo, infuriava pel furto fattogli degli animali bovini, cercava il ladro, per vendicarsi dell’ingiuria, avvisato da una donna isolana, del ladro e della grotta, ove teneva nascosti gli animali, ripigli i buoi, ed uccide il ladro, che si disse Erice. Da qui l’origine della città, nell’isola oggi denominata S. Pantaleo,  che edificata la denominò Mozia in ricordo di quella donna.

Tutt’ora esiste a Marsala, nei pressi di Sappusi, la grotta che si intitola del toro, sulla quale sinarrano diverse storie, e forse è proprio quella a cui la tradizione si riferisce.

Durante il periodo di dominio punico la città divenne florida grazie ai commerci, coniava le proprie monete con inciso Motia e diverse altre effigi. Ben fortificata e con due bastioni che, tuttavia, non furono sufficienti per difenderla dagli assedi che seguirono.

La Prima Guerre Punica si concluse con la Battaglia delle Egadi, nonostante gli sforzi bellici dei Cartaginesi e il valoroso contributo di 300 lilibetani, la disfatta fu inevitabile. Il 10 marzo del 241 a.C. i cartaginesi firmarono il trattato di pace che li obbligava a lasciare i territori occupati e corrispondere ai Romani somme ingenti per venti anni.  

Dopo le tre guerre Puniche tutta la Sicilia diviene Provincia Romana governata da un Pretore e dai questori nelle capitali individuate, i quali riscuotevano gli ingenti tributi imposti da Roma, e proprio quest’ultimo aspetto determinò l’impoverimento degli agricoltori che furono ridotti al rango di schiavi. Seguirono anni di lotte e guerre servili che si placarono solo con la nomina a questore di Lilibeo di Marco Tullio Cicerone. Il potente pretore alloggiò nell’ex Monastero di Santo Stefano, e pare che proprio la torre che si trova nell’angolo del fabbricato sia stata dedicata a Pilato, che lì fu ospitato durante un viaggio.

Lilibeo diviene base strategica e piazza d’armi per le spedizioni africane. Imponenti sfilate capeggiate da illustri combattenti, tra questi Scipione detto l’Africano, seguito da 6200 fanti, 400 navi di trasporto e 40 da guerra, da qui mossero per l’assedio di Cartagine definitivamente invisa a Roma.

Cicerone governò con rigore e fermezza denunciando tutte le ruberie messe in atto dai predecessori che costrinsero in miseria la popolazione costretta in questo modo ad emigrare. L’inevitabile spopolamento indusse l’imperatore Ottaviano ad inviare colonie romane in diverse città siciliane, tra queste anche a Lilibeo. Non cessarono, tuttavia,  le scorrerie e le ruberie durante tutto il periodo della dominazione romana, una tregua si ebbe sotto il regno dell’ imperatore Adriano. Di questo periodo restano innumerevoli testimonianze, sepolture, monete, iscrizioni e scavi archeologici sono fruibili in diversi siti della città.

Ancor prima di Cicerone:

 tra i primi che ci tramandarono le storie, resta celebre il nome di Probo, la sua filosofia ebbe tanta fama, che Porfirio, celebre filosofo di Grecia, nell’anno 269 a.C. venne in Lilibeo per conoscerlo, ed insieme combatterono la dottrina neo-platonica, che voleva conservare il culto di Cerere e di Venere Ericina.

I due illustri studiosi  diedero un importante contributo alla conservazione del patrimonio culturale d’ispirazione precristiana.

Con la caduta dell’Impero romano la città diventa meta di scorrerie dei barbari, nuove miserie e altrettante sofferenze caratterizzarono gli anni sotto il regno di Genserico, re dei Vandali, che proprio a Lilibeo stabilì la sua piazza d’armi per combattere contro Teodoisio dopo la vittoria su Cartagine. Nel 476 la Sicilia viene ceduta ad Odoacre, Re d’Italia, non tardò la rivincita di Teodorico che, nel 490, sconfisse Teodorico, Re dei Goti, assoggettando la Sicilia e dunque Lilibeo, al potere dei Vandali. Negli anni a seguire non mancarono le guerre tra gli stessi Vandali, nel 533  si assiste al passaggio del dominio dei Goti orientali, ossia gli Ostrogoti, facendo di Lilibeo l’ultimo presidio dei Vandali e sede di corte della regina Amalafrida, sorella di Teodorico  il Grande.

 Nonostante le guerre intestine i Greci non smisero mai di dominare in Sicilia, dal 565 all’anno 827, nessun giovamento si registrò per la Sicilia, che sotto il Pretore Giustinovide vide rinnovarsi le ruberie come al tempo di Verre. Nulla risulta rilevante, dunque, dal punto di vista politico, durante il dominio Greco a Lilibeo, ad eccezione del proliferare del Cristianesimo voluto da  Costantino.

La dominazione araba ebbe luogo dopo la richiesta d’aiuto di Eufemio da Messina, personaggio controverso e carismatico che arrivò a proclamarsi imperatore della Sikelia,  all’emiro Zia-dath-Allah per sfuggire alla condanna a morte inflittagli dal sovrano Bizantino. I Musulmani assicurarono la collaborazione che avrebbe permesso loro di invadere la Sicilia già da tempo bersaglio di scorrerie e depredazioni.

 L’invasione partì dalla Sicilia orientale, ma fu proprio nei pressi di  Lilibeo la battaglia decisiva per i fanatici musulmani che fecero della città sede di un emirato. Ribattezzarono la città Marsala, porto di Alì. Quella che era stata una città florida e importante, dopo le diverse dominazioni,  era ormai un centro semi spopolato, gli edifici distrutti, gli abitanti infatti, per sfuggire alle scorrerie corsare abbandonarono la costa e si spostarono nelle zone più interne. La Sicilia venne divisa in tre Valli, la Valle di Mazara comprendeva anche il territorio liliberano, conservando, in ogni caso, il riguardo e i privilegi della sua antica storia. Durante il periodo della dominazione araba rifiorirono diverse attività agricole, commerciali e industriali, altrettanto accadde per le arti e la cultura culinaria che ha lasciato una tradizione ormai consolidata a cominciare dal cous-cous.

 Diversi edifici testimoniano ancora quel periodo, si conservano inoltre il nomi di chiara ispirazione araba, come quello della contrada Rakalia, molti saraceni si naturalizzarono a Marsala e vi abitarono a lungo, finché un decreto del 1599 di Filippo III, li relegò a rango di vassalli facendoli schiavi.

Dal 1060 al 1194 il dominio di Lilibeo passò in mano ai Normanni, che, a differenza degli altri dominatori, portarono ricchezze anziché depauperale, oro, argento e vesti pregiate. Molti nobili vennero a stabilirsi in città, e grande beneficio ne ebbe pure la giustizia e l’amministrazione delle terre. Molto vicini alle fede cristiana, i prìncipi normanni, costruirono imponenti edifici religiosi e rinforzarono le  mura di cinta della città.

Durante la dominazione  araba e successivamente normanna gli ebrei a Marsala diventarono sempre più numerosi, una comunità perfettamente integrata fino ad allora, Lilibeo era sempre stata infatti luogo ospitale e tollerante.  di popoli, credenze e linguaggi, Sotto il re Martino, nel 1399, gli ebrei si videro riconoscere per decreto la libertà di culto e di esercizio commerciale. Tuttavia, il numero crescente della comunità ebraica cominciò a portare malcontento tra i cristiani marsalesi, le loro abilità nei commerci, e le ingenti ricchezze accumulate portarono a continui disordini, tanto che, Re Ferdinando II nel 1493, ne ordinò l’espulsione.

Nel 1198 toccherà alla nuova dinastia degli Svevi governare la Sicilia, durante il periodo federiciano  Marsala diede il suo contributo, grazie ad illustri e coraggiosi ufficiali, per fermare l’attacco navale da parte di Re Carlo di Napoli. Valorosi lilibetani scongiurarono lo sbarco che venne fatto invece nei pressi di Trapani. La riconoscenza di Federico II fu tale da concedere ai cittadini l’esenzione di qualsiasi tributo.

A differenza della dominazione normanna, che portò benessere e ricchezze, i francesi si contraddistinsero per il loro governo estremamente oppressivo.  Questa pressione sociale sfociò, nel 1282, nei Vespri Siciliani. La rivolta, esplosa a Palermo, diede vita ad una sorta di caccia al francese. Carlo d’Angiò, considerato un usurpatore, si era macchiato, tra le altre cose, del crimine di aver posto fine, con la forza e le armi, al glorioso regno svevo di Federico II, gli anni dello Stupor MundiGli Angioini vennero cacciati da Marsala. La Sicilia passò poi agli Aragonesi

Con la lunga dominazione spagnolaMarsala venne consolidato il borgo medievale, vennero  rinforzate le mura di cinta della città ed erette numerose chiese, monasteri e conventi. Nonostante sia stato  favorito il reinsediamento urbano, a partire dal XVI secolo iniziò una lenta decadenza dovuta soprattutto alle epidemie, le pestilenze e le numerose incursioni dei pirati berberi.

La dominazione borbonica, 1734-1860, fu un lungo periodo di fermenti rivoluzionari, moti indipendentisti si moltiplicarono in tutta l’isola a partire da Palermo. Anche Marsala contribuì, in qualche modo, con la partecipazione attiva di illustri concittadini patrioti. I momenti di forte tensione, puntualmente soppressa dai Borboni, si conclusero con il controverso  Sbarco dei Mille l’11 maggio 1860. Con l’arrivo di Giuseppe Garibaldi l’Italia meridionale venne consegnata in mano del re Vittorio Emanuele II.

Nella stessa data dello sbarco, 11 maggio, dunque, ma nell’anno 1943, Marsala subisce un terribile bombardamento, ad opera degli alleati americani che avviavano la strategia di liberazione della nazione in mano ai fascisti. Questa giornata nefasta, che produsse centinaia di morti e la distruzione di moltissimi edifici, fece meritare alla città l’altro riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valore Civile.

Nella seconda metà del XVIII secolo la scoperta del vino Marsala da parte degli inglesi dette alla città una grande spinta economica; sulla strada degli Inglesi i Florio e alcuni imprenditori marsalesi arricchirono la città di nuove attività commerciali.
Nel secolo scorso la fama di Marsala crebbe grazie allo sbarco dei Mille (l’11 maggio 1860), al quale seguì la liberazione del Regno delle Due Sicilie dal dominio dei Borboni.
L’11 maggio 1943 un bombardamento aereo nel corso della 2^ Guerra Mondiale portò morte e distruzione nella città, e il sacrificio di molte vite umane è valso a Marsala la Medaglia d’Oro al Valor Civile.

La città è molto luminosa e barocca nei palazzi e nelle chiese, e l’ambiente è unico e risente della presenza del mare e delle tante case vinicole, disposte in poche strade vicino al mare considerate come itinerari storici del vino.

Marsala, sulle origini di Lilybeo, Katia Regina

fonti da: Lilibeo – Mozia – Marsala, Storia guida del cav.Antonio Alagna Spanò

Identità Siciliana: le raccolte storiche di Luca Cascio in Realtà Virtuale e 3D

Identità Siciliana: le raccolte storiche di Luca Cascio in Realtà Virtuale e 3D


Passano secoli, tragedie, sottomissioni ma l’identità storica della Sicilia e dei Siciliani, rimane la stessa: forte, coraggiosa e rispettosa della propria cultura.

La Sicilia, terra antica ma con un’anima giovane, può vantare con orgoglio un patrimonio storico-culturale da far suscitare l’invidia degli altri paesi che si affacciano nel Mediterraneo e in tutta l’Europa.

La posizione dell’isola, nel centro del Mare Mediterraneo, da secoli ritenuta, giustamente,  di importanza strategia sia militare sia commerciale, è stata oggetto di conquista da parte di diversi popoli, che in epoche diverse hanno lasciato la propria impronta, impressa nella memoria storica dell’immenso patrimonio culturale siciliano.

Dai Fenici ai Greci, prima e successivamente dalla lunga parentesi dell’Impero Romano, per poi passare dagli Arabi,  la Sicilia conosce il massimo del suo splendore sotto la dominazione Normanna, grazie soprattutto all’opera di un sovrano illuminato come Federico II di Svevia, che rese la corte di Palermo un esempio di tolleranza e di integrazione fra culture diverse.

Su queste premesse storiche Leoluca Cascio, studioso di antropologia, che da anni compie anche ricerche sulle tradizioni popolari di Corleone, dopo anni di indagini sul campo presso diversi archivi, compreso quello di Stato di Palermo, ha deciso di realizzare un modello animato di rivisitazione storica con l’uso della realtà aumentata.

Leoluca Cascio, che ha conosciuto da qualche mese i ragazzi di weStart (weSicilian Talents A Real Transformation), ne ha condiviso le ricerche e le opinioni su quello che la nostra storia ci rappresenta ed ha subito colto l’occasione di confrontarsi con la parte “digitale” del gruppo, realizzando così un progetto di animazione e di digitalizzazione dei reperti storici Siciliani.

In pratica Leoluca ha “svecchiato” qualcosa che oggi potrebbe essere visto solo come un oggetto da museo, impolverato, dove però è racchiusa la vera storia Siciliana.

Il progetto è realizzato in partnership con EDUCTT società che si occupa di Digital Innovation e che al suo interno dispone anche di un dipartimento di realtà aumentata.

L’iniziativa di weStart, sarà presto presentata al comune di Corleone, affinché lo sviluppo del progetto possa essere effettuato all’interno dell’archivio di stato di Palermo.

La collaborazione con l’amministrazione comunale di Corleone renderà ancora più fattibile la fruizione, da parte di turisti e visitatori, di un’animazione digitale, attraverso la quale potranno conoscere la vera storia della Sicilia, provando la sensazione di viaggiare indietro nel tempo, vivendo la storia come attori principali. 

Lo spirito di gruppo di Leoluca, insieme ai ragazzi di weStart e con lo sviluppatore del percorso digitale seguito da EDUCTT, ha come obbiettivo quello di realizzare uno strumento di attrazione per il turismo in Sicilia, considerando sia la direttrice locale, cioè interna, sia quella rivolta ad attrarre masse turistiche al di fuori dell’isola.

I turisti non saranno più attratti soltanto dal conoscere la storia sanguinaria dei moti Siciliani di due secoli fa, ma ciò che di più bello possiede la storia siciliana, ovvero la ricchezza e la nobiltà in ogni luogo e settore, dalle famiglie aristocratiche, ai lavoratori che coltivano la terra e i cui raccolti, rappresentano un’identità culturale e soprattutto un sentimento di appartenenza prettamente Siciliano.

WeStart (Sicilian Talents A Real Transformation)

Fonte: Alpha Agency

L’Imprenditoria Femminile in Sicilia diventa Smart

L’Imprenditoria Femminile in Sicilia diventa Smart

L’Imprenditoria Femminile in Sicilia diventa Smart. La storia di Giusy che ha deciso di digitalizzare la sua azienda


A gran voce e con il loro temperamento chiedono aiuti economici nei vari settori dell’economia: sono le donne italiane dal nord al sud, impegnate nelle proprie attività aziendali, ognuna con una storia da raccontare.

Fra queste donne c’è Giusy Portanova, Agronomo, imprenditrice nel campo zootecnico e olivicolo, a chiedere un supporto digitale per la sua azienda e per quelle del territorio dove opera come professionista, a Ventimiglia di Sicilia.

L’Imprenditoria Femminile in Sicilia diventa Smart

Giusy, nel periodo di quarantena ha seguito la nascita di weStart,(Sicilian Talents A Real Transformation), laboratorio di idee, costituito prevalentemente da professionisti siciliani in diversi settori: Economia, Diritto, Agraria, Informatica, Comunicazione ecc., aderendo con entusiasmo alla formazione di un gruppo, che si è posto come obiettivo il rilancio dell’Economia Siciliana, duramente colpita dal Coronavirus.

Nel corso di un webinar, svolto lo scorso 29 Aprile, dedicato alla Digitalizzazione delle Imprese, Giusy ha costatato la possibilità di intravedere una luce di speranza, per tanti imprenditori, che come lei, hanno dovuto riorganizzarsi per far fronte ai danni causati  dalla pandemia da Covid-19.

In questo seminario on line, Riccardo Proetto CEO di Eductt, Società che si occupa di Innovazione e Digitalizzazione, ha descritto i vantaggi derivanti dall’utilizzo di appositi strumenti digitali, per rendere competitiva la propria azienda.

Proetto, inoltre, ha proposto l’iniziativa di organizzare corsi di formazione mirati alla nuova figura professionale del Digital Manager, la cui mansione consiste, appunto, nel sapere gestire in maniera ottimale tali strumenti e risorse, offerte dal web, per aumentare la produttività e la redditività di un’azienda che decide di diventare Smart.

L’iniziativa di Eductt: “Zitti tutti parlano le imprese”, permettead ogni imprenditore in svariati campi, dall’agricoltura al turismo, per poi passare dall’artigianato, di essere finalmente ed in modo decisivo, presente in rete, con un miglioramento delle proprie prestazioni manageriali.

Una presenza quindi che non è finalizzata a se stessa, ma che consente di dare una percezione reale della propria impresa, fornendo cioè un’immagine più rappresentativa e che soprattutto non rimane circoscritta nel proprio bacino d’utenza.

In altre parole tale concetto esclude a priori, una falsa credenza, secondo la quale, vale un detto simile a: “In rete per fare rete? No, perché ciò che mio è mio, ciò che è tuo non sono fatti che mi riguardano.”

Bisogna, infatti, tenere in forte considerazione che una rete reale, localizzata su un determinato territorio, composta da diversi operatori economici, imprenditori e professionisti, crea la massa critica anche nella controparte digitale; dove la parola d’ordine per fare numeri, consiste nel creare la giusta eco, che alla fine restituisce un riscontro fattibile sul territorio, per le imprese presenti.

Giusy è cosi passata dalla visita ai campi per i suoi agricoltori, che segue come professionista, specialmente nei periodi di molitura della sua azienda olearia, allo stare al passo con i tempi; cioè a mantenere PC e Smartphone sempre reperibili, affinché il suo Digital Manager possa aggiornarla su come la sua Story Telling o la sua Branding Experience (per citare due strumenti digitali), possono far leva sul web.

Nei pensieri di Giusy, inizialmente, non vi era il minimo accenno all’opportunità di partecipare ad una nuova rivoluzione industriale, dalla crisi scaturita dalla pandemia.

Grazie ai ragazzi di weStart, Giusy ha avuto la possibilità di ridimensionare il suo concetto di impresa e ciò gli ha permesso di innovare tecnologicamente e professionalmente la propria azienda.

weStart (Sicilian Talents A Real Transformation)


L’Imprenditoria Femminile in Sicilia diventa Smart

Fonte: Alpha Agency

La Rivoluzione Siciliana 4.0: weStart

La Rivoluzione Siciliana 4.0: weStart

Il Think Tank che disegna l’innovazione dei territori


“Toccherà firmarle una per una e in quattro copie: non è più tempo, così non stiamo
dietro al cambiamento”.
È il monito del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Miccichè, che
all’ANSA ha rilasciato un comunicato sostenendo a chiare lettere che occorre una
rivoluzione Smart della pubblica amministrazione e che il digitale viene prima
dell’analogico, o svolta digitale o Sicilia ferma.

Tale sfida lanciata dal presidente dell’ARS, è stata accolta con forza ed entusiasmo dal gruppo weStart, neo gruppo Think Tank, nato durante il Covid 19, dalla volontà di giovani professionisti che si sentono coinvolti in prima linea, impegnandosi con la loro esperienza estera e che vogliono contribuire per lo sviluppo della loro terra Siciliana.

WeStart, che sta seguendo programmi di sviluppo territoriale per i paesi dell’entroterra Siciliano per far fronte allo spopolamento e alle difficoltà economiche, ha già proposto diverse soluzioni digitali e tecnologiche con l’aiuto di esperti del settore che seguono progetti in Italia per conto del Ministero dello Sviluppo Economico.
Tra gli strumenti che i professionisti di weStart intendono spingere, sono i radar territoriali, dei veri e propri incubatori e acceleratori di startup ad alto livello sociale, che con l’aiuto della tecnologia possano però sviluppare strumenti scalabili nei settori specifici, dal mare alla montagna, per passare attraverso ai complessi industriali e alle zone ZES.


La Rivoluzione Siciliana 4.0: weStart

Think Tank S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation)

Fonte: Alpha Agency

La leggenda di Amina principessa di Mozia

La leggenda di Amina, principessa di Mozia predestinata al sacrificio al feroce re Moloch

La leggenda di Amina, principessa di Mozia predestinata al sacrificio al feroce re Moloch

Quando i Fenici fecero di Mozia una loro colonia, portarono nell’isola dello Stagnone i loro culti arcaici, le loro divinità, i rituali che contemplavano sacrifici periodici di sette grasse giovenche bianche, come la luce, ma il macabro rituale si spingeva fino ad  agghiaccianti sacrifici umani.

Queste terrificanti pratiche non risparmiavano neppure lo stesso  re, anch’egli avrebbe dovuto donare in sacrificio la sua primogenita allo spietato dio Moloch. I resti dei corpi sacrificati venivano poi deposti nel santuario denominato Tofet, un luogo che ancora oggi procura brividi ai visitatori.

In questo contesto nasce la leggenda di Amina, figlia del re fenicio Sharib che, giunta al suo settimo anno di vita , partecipa al rituale propiziatorio, una festa ricca di cibi e tornei tra i giovani guerrieri che si sarebbero sfidati nel “Grande duello” l’uccisione di un grosso toro nero con un solo colpo di scure.  Durante i festeggiamenti lo stregone Atim  avrebbe stabilito il giorno del suo sacrificio, ma solo dopo aver letto i segnali dettati dalla Luna.  Si stabilì così che il giorno successivo si sarebbe compiuto il sacrificio della fanciulla al potente re Moloch. Alle prime luci dell’alba Atim si reca pertanto nella stanza della giovane vittima predestinata, ma , sgomento si accorge che Amina, nel frattempo,  era scomparsa. Lo sgomento si diffuse tra tutti gli abitanti di Mozia, senza quel sacrificio il terrificante Moloch avrebbe senz’altro scatenato la sua ira su tutta la comunità.

Da quel momento si persero le tracce della giovane Amina, ma il ricordo di quella vicenda non sbiadì tra gli abitanti, neppure dopo la morte del re Sharib e dello stesso stregone.

Negli anni a venire alcuni cacciatori raccontarono di una giovane donna dai lunghi capelli neri, avvistata nel bosco, e di quanti, nel tentativo di catturarla,  sarebbero rimasti ciechi all’improvviso come per incantesimo.

Dopo la morte del re Sharib, padre di Amina, il regno passò al figlio maschio Someiro, anch’egli praticava la caccia e, anch’egli si trovò al cospetto della fanciulla dai lunghi capelli neri mentre cavalcava un cervo, tentò di colpirla con una freccia e vi riuscì, ferendo la giovane misteriosa che cadde a terra priva di sensi.

Il giovane re Someiro decise, tuttavia, di condurla a palazzo affinché venisse curata. La mostrò a sua madre, la regina vedova del re Sharib, che, nel vederla, provò grande stupore, quella fanciulla era l’esatta copia di lei quando aveva la sua stessa età.

Tra Someiro e la fanciulla nacque l’amore, i due si sposarono e, proprio nel giorno delle nozze, la madre di Someiro, ebbe una visione rivelatrice che la informava del fatto che la sposa del figlio era in realtà sua figlia Amina, sorella pertanto del suo sposo. Il turbamento fu tale che la regina ne morì per il dolore.

Da quella unione incestuosa Amina partorì un serpente, e dinnanzi alla terrificante creatura il re Someiro, atterrito, decide d iuccidere sua moglie Amina, inconsapevole del fatto che fosse sua sorella, l’accusò d’essere una strega. Il rimorso, troppo grande anche per lui, lo indusse a compiere il gesto estremo di  togliersi la vita.

La leggenda vuole che il feroce dio Moloch abbia, in questo modo, appagato la sua ira per il mancato sacrificio di Amina.

La leggenda di Amina, principessa di Mozia predestinata al sacrificio al feroce re Moloch

Collaborazione e solidarietà tra Albania e Sicilia Una partnership strategica e digitale per la valorizzazione delle Comunità Arbëresh

Collaborazione tra Italia e Albania

La valorizzazione delle Comunità Albanesi in Sicilia può ripartire dal web: attraverso l’inserimento, in un circuito digitale turistico, volto alla valorizzazione e riqualificazione di nuove destinazioni turistiche emergenti.

Il progetto intende promuovere le attrazioni storiche, culturali e artistiche e prevede una nuova modalità di fruizione del viaggio tramite l’installazione di pannelli multimediali, interattivi e touch screen, della dimensione di 65/75”, nei quali il turista può visualizzare e scegliere l’esperienza desiderata. Attualmente, a questo progetto ha aderitoilComune di Contessa Entellina (Kundisa in arbëresh), piccolo comune dell’entroterra siciliano, posto nella Valle del Belice, dove la comunità albanese mantiene con orgoglio tradizioni e costumi tipici del paese d’origine: l’Albania.

L’iniziativa è promossa da S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation), Think Tank formato da professionisti siciliani operanti in diversi settori (economia, informatica, giurisprudenza, beni culturali, agraria, archeologia), con la partecipazione di EDUCTT, società che si occupa di innovazione e digitalizzazione. La Mission del partenariato  S.T.A.R.T. – EDUCTT, è rivolta a proporre soluzioni per lo sviluppo dell’economia e del turismo dei piccoli borghi e centri storici, tramite la digitalizzazione del territorio Siciliano.


Think Tank S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation)

Fonte: Alpha Agency

Sicilia Prizzi il ballo del diavolo a Pasqua

Il Ballo dei Diavoli a Prizzi

Il Ballo dei Diavoli

Situata ad oltre 1000 metri di altezza dal livello del mare, un dedalo stretto di viuzze arroccate sulla montagna, Prizzi riesce a donare ai visitatori suggestioni di ogni genere, una di queste si celebra il giorno di Pasqua: Il ballo dei diavuli.

Come nelle migliori tragedie greche, le feste in onore di Dionisio in cui si offrivano vittime sacrificali, anche in questa rappresentazione il tema è la lotta eterna tra il Bene e il Male.

Il mito che si fonde con l’azione, il movimento, per esorcizzare la lotta, perpetuarla dinnanzi agli occhi degli astanti.  Maschere grottesche e costumi prevalentemente rossi e gialli,  pelli di capre a coprire le spalle, da sempre simbolo per identificare gli attori in scena. I figuranti  seguono un copione ricco di improvvisazioni,  danze compulsive atte a terrorizzare le anime scelte come vittime.  Rumore di catene agitate nella mischia , Maschere terrificanti che evocano la morte. Un turbinio di suggestioni che culmina con l’arrivo della Vergine seguita da uno stuolo di Angeli. Ogni anno questo rito pagano impedisce, alle forze del Male, di ostacolare il ricongiungimento tra  la Madonna e Suo figlio, il Cristo risorto. Questa lotta comporta, tuttavia, dei prigionieri, poveri dannati che si vedranno costretti a  bere vino oltre misura e, allo stesso tempo, offrirlo ai presenti. Con l’avvento della Vergine i demoni ricorrono ad un ultimo stratagemma, l’offerta dei dolci,  per corrompere ancora i dannati.

Sicilia Prizzi il ballo del diavolo a Pasqua

Il ballo dei diavoli – video dal web

Il Ballo dei Diavoli a Prizzi

Palermo

Breve storia di Palermo

Breve storia di Palermo. Palermo ha cambiato ben sette volte il suo nome a seguito delle numerose dominazioni che si sono succedute. I primi insediamenti umani sono riconducibili alla preistoria, diversi graffiti nelle grotte dell’Addaura, su un fianco del Monte Pellegrino, testimoniano che le cavità naturali erano già abitate nel Paleolitico.

Mabbonath è il primo nome di cui si ha notizie certe, nel 734 a.C., quando i fenici fondarono una florida colonia commerciale favorita dalla posizione geografica che la vede al centro del Mediterraneo. La popolazione autoctona si mischia ai cartaginesi che, nel frattempo, iniziano a giungere numerosi. La città “fiorisce” e cambia il suo nome in Zyz (fiore). Saranno i Greci, VIII Sec. a.C., a cambiare quest’ultimo nome in Panormos, ossia tutto porto, ispirati dall’estensione della vasta costa. Con la conquista dei Romani, 254 a.C., il nome viene semplicemente adattato alla forma latina Panormus.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente la città vive uno dei momenti più difficili, saccheggiata da Vandali e Ostrogoti.

Dal 535 al 883 la città, insieme alla Sicilia tutta, viene annessa all’Impero Romano d’Oriente per poi passare sotto il dominio degli Arabi che valorizzano l’aspetto commerciale, ma anche culturale, tanto da farla divenire capitale nell’isola del loro regno, saranno loro a chiamarla Balarm.

Un periodo florido, quello arabo, che trova continuità con la successiva dominazione normanna (1061), insieme ai  commerci si sviluppa la cultura anche politica e il nome muta in Balermus. Con Ruggero II, il normanno, nasce il primo parlamento consultivo siciliano, e dal matrimonio della figlia Costanza d’Altavilla con l’erede dell’imperatore tedesco Enrico VI si consolida il regno degli Svevi, una dinastia che, con Federico II, toccherà l’apice dello splendore culturale siciliano. Il breve regno angioino, meno di un ventennio, vedrà spostare la capitale a Napoli, cesserà nel 1282 quando Carlo d’Angiò verrà sconfitto da Pietro III d’Aragona durante I Vespri siciliani.  Con la morte del re Ferdinando II si chiude il periodo degli Aragonesi.  

La dominazione spagnola, durata poco più di duecento anni,  1516-1713, ha dato un forte contributo artistico, nuovi e sontuosi palazzi gentilizi vennero costruiti insieme ad importanti piazze e arterie cittadine. Lo strapotere esercitato dai Vicerè favorì prevalentemente la classe nobiliare che vide accrescere i propri privilegi.

Con il trattato di Ultrecht l’isola passa sotto il dominio dei Savoia, seppur per un breve periodo, nel 1816 Ferdinando II istituisce il Regno delle due Sicilie. Seguirono anni di malcontento tra la popolazione siciliana che sfociarono nel 1848, nell’insurrezione popolare che destituì la monarchia affidando, per sedici mesi, il comando ad un comitato presieduto da  Ruggero Settimo. Con il ritorno al trono di Ferdinando IV, i borboni governano la città fino a quando non arriva Garibaldi 1860, l’anno seguente 1861  i siciliani scelgono di essere annessi al nuovo Regno d’Italia.

Breve storia di Palermo, Katia Regina

Blockchain nei Monti Sicani Il giovane Sandro che alleva e certifica la filiera di produzione

Sandro Macaluso, un giovane siciliano, allevatore di bovini, ha scelto la digitalizzazione per certificare i suoi prodotti di qualità.
Sandro, svolge la sua attività a Prizzi, ciò che contraddistingue la sua azienda è stata la creazione una rete di clienti, puntando oltre che sulla qualità anche sulla comunicazione.
In un paio di anni, Sandro è riuscito ad avviare diversi punti vendita, commercializzando carni, prodotti agricoli, e caseari.

La conoscenza del territorio e la consapevolezza della genuinità dei prodotti tipici dei Monti Sicani, rappresentano i punti di forza dell’azienda di Sandro; dei capisaldi che hanno pochi rivali, nel resto della Sicilia.
La strategia di comunicazione per Sandro, basata sul senso pratico, si svolge raggiungendo i clienti nel proprio domicilio, con o senza la minaccia del Covid-19. È stata la mossa vincente che ha permesso al giovane prizzese di conquistare la fiducia della clientela, sparsa in giro nel territorio metropolitano di Palermo.
Sandro, non ha mai chiuso la saracinesca, ha continuato ad allevare i suoi capi di bestiame e fornito i banconi dei suoi diversi negozi.
La comunicazione viene effettuata anche nel web; l’attività di Sandro è raggiungibile attraverso i Social Network, usati per pubblicare con frequenza quotidiana i prodotti agricoli, le carni e tutto ciò che di genuino la sua fattoria riesce produce.
Da qualche giorno, Sandro è stato premiato anche dal Brand: Eccellenze Italiane, per la qualità dei suoi prodotti e l’attenzione al processo di lavorazione dei capi di bestiame.
Infatti, è da tempo che Sandro ha capito l’importanza di sviluppare dei sistemi tecnologici per la produzione e la tracciabilità dei prodotti; in modo da rendere la sua azienda performante e competitiva nei mercati locali e regionali.

Fra questi sistemi informatici innovativi, non potevano mancare le applicazioni della Tecnologia Blockchain, che per le sue caratteristiche è l’ideale sia per la tracciabilità sia per i controlli, a tutela dei consumatori, sulle filiere delle sue carni bovine e dei prodotti lattiero caseari.
Difatti, un blockchain (dall’inglese “catena di blocchi”) essendo un registro digitale in cui le varie voci sono raggruppate in blocchi, concatenati in ordine cronologico e protetti da crittografia, le informazioni presenti mantengono il proprio contenuto immutabile nel tempo, poiché una volta scritto non è più né modificabile né eliminabile, a meno di non invalidare l’intera struttura.
S.T.A.R.T., Think Tank di professionisti siciliani, in collaborazione con Eductt, società di Digital Innovation di Varese, si sta battendo da tempo per una rivoluzione dei settori merceologici e professionali, dei territori Siciliani, verso una digitalizzazione dei processi produttivi, associando beni e prodotti, nonché servizi che devono e possono avere un coefficiente di attrazione senza precedenti.
La tecnologia blockchain, quindi costituisce per gli imprenditori come Sandro, il primo passo che deve compiere un’azienda decisa ad avvicinarsi alla digitalizzazione e al contempo un buon indice di garanzia per i consumatori finali.
Grazie a tale tecnologia, infatti, i clienti potranno avere accesso a tutti i dettagli della filiera, compresi gli spostamenti di ogni singolo capo di bestiame o lotto e i relativi controlli sanitari previsti dalla normativa vigente per i prodotti di origine animale.
La tecnologia svolgerà così un ruolo fondamentale a tutela del “Made in Italy” e in particolare del “Made in Sicily”, contro frodi e contraffazioni.
Il prossimo produttore di successo puoi essere tu!


Think Tank S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation)

S.T.A.R.T. digital innovation comodamente da casa

Comodamente Assittato”, lo Smart Working che il Siciliano attendeva.

https://www.siciliadascoprire.it/comodamente-assistito-lo-smart-working-che-il-siciliano-attendeva/

L’economia siciliana, in deficit, ancor prima della crisi da Coronavirus, deve affrontare diversi problemi da risolvere, basti pensare allo stato di carenza in cui versano le reti ferroviarie e la serie reiterata di continui disservizi, fonte di evidenti disagi.

Alla situazione appena descritta si aggiunge il caso di infrastrutture stradali in cui vi sono tratti non ancora collegati, mostrando così una realtà, purtroppo infelice, che non rende giustizia all’isola.

Sarebbe quindi ora di mettere in pratica il vecchio detto: “di necessità virtù” e magari approfittare dei benefici apportati dalle nuove tecnologie informatiche che fanno guardare con ottimismo al settore del “Digital Innovation Manager”, ovvero l’innovazione digitale nella gestione d’impresa, una soluzione ed al tempo stesso una scelta obbligata a causa del Covd-19, per far rilanciare l’economia siciliana.

Pertanto, in ambito lavorativo non è più il tempo delle frasi come: ”vediamoci e parliamone di presenza”, poiché quelli schemi caratteriali e visivi ai quali eravamo abituati, hanno subito una battuta d’arresto forzata, dall’attuale pandemia. Di conseguenza, viene a mancare, quella trasmissione di fiducia, derivante dagli incontri dal vivo, che assumeva un ruolo fondamentale nelle nostre vite, in quanto ritenuto necessario; adesso è tempo di ridimensionare questo concetto, potendo contare sul fatto che il web, fortunatamente, consente di “abbattere” la distanza, imposta dai confini geografici.

Oggi, grazie alla rivoluzione dell’industria 4.0, tutte le informazioni vengono digitalizzate: che si tratti di un documento di identità o un contratto o altro ancora, tutto passa attraverso l’etere, senza costi di benzina, senza esaurimento di pneumatici della propria automobile, senza subire il caldo siciliano e i litigi al semaforo, a causa dell’intenso traffico che costringe a lunghe ed estenuanti code.

Un Digital Workplace efficace scollega il lavoro da una posizione fisica prestabilita per gran parte del tempo di utilizzo. Questa forma di liberalizzazione ha diverse implicazioni non solo sul luogo di lavoro fisico, ma assume una particolare importanza in ambito decisionale, per scegliere come formare le squadre di lavoro e sul metodo da adottare per organizzare delle riunioni, per risolvere problemi ad hoc.

In una concezione di lavoro, del genere appena descritto, il destinatario finale e cioè il Cliente, rappresenta l’elemento centrale del sistema. Il vantaggio ottenuto, grazie allo strumento del Digital Workplace, è una migliore percezione del valore fornito dal lavoratore, riuscendo così ad infondere fiducia e benessere.

È ciò che il gruppo S.T.A.R.T., Think Tank di professionisti siciliani, in collaborazione con Eductt , società di Digital Innovation di Varese, intende proporre in ogni singolo settore, dal diritto all’economia, dal marketing alla comunicazione, passando per i computi metrici estimativi e le analisi energetiche.

Su questo punto, il gruppo Siciliano lavora da mesi in Smart Working; tutti i membri  collaborano online, comodamente dalle proprie abitazioni, per cercare di esprimere al meglio le proprie competenze, fornendo ognuno il proprio valore esperienziale, per massimizzare  ogni progetto che viene ideato.

Si passa dalla pausa caffè al bar al vedersi online, per discussioni di lavoro, in modo agevole e veloce.

Il lavoro di S.T.A.R.T. viene svolto assieme ai tecnici di Eductt, che forniscono strumenti innovativi ed utili a produrre valore su ogni singola azione, imprenditoriale e professionale.

La prossima azione che il partenariato S.T.A.R.T.  –  Eductt, intende attuare, è riuscire a fornire soluzioni tecnologiche in modalità Smart Working destinate ai piccoli centri urbani.

Dai piccoli comuni, è sempre stato difficoltoso raggiungere fisicamente, le grandi città, ma grazie alle risorse offerte dal web, questo limite può essere facilmente superato.

Non serve quindi spostarsi per viaggi di lavoro, in aereo o in treno, bensì occorre organizzarsi come professionisti ed imprenditori, pianificando il lavoro per i successivi mesi in modalità online.

Per certi aspetti e alcune zone della Sicilia, la parola d’ordine è quindi: “Partiamo da zero”, perché fino a qualche tempo c’era  poco spazio per lo Smart working ed ora è arrivato il momento decisivo di partire e costruire.

Le soluzioni digitali sono state concepite a vantaggio e servizio di chi ha una visione di crescita.

“Vogliamo supportare le pubbliche amministrazioni ad essere efficienti e Smart per i servizi che eroga. Vogliamo supportare le aziende e gli imprenditori ad essere performanti a livello locale, nazionale ed estero”.

Serve una mano?
Collegati ed entra in Smart Working!!!

Think Tank S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation)

S.T.A.R.T. : ti spiego come ho “creato” lo Start Smart Working

Nelle aziende italiane e nelle Pubbliche Amministrazioni si sta diffondendo il fenomeno dello Smart Working, modalità di lavoro che può essere definita come una vera e propria filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Lo Smart Working, definito dalla Legge 81 del 2017, è stato ulteriormente ridimensionato dalle recenti disposizioni emanate dal Governo Italiano, nelle misure restrittive, adottate in fase di emergenza per contrastare il Coronavirus.

S.T.A.R.T. : ti spiego come ho “creato” lo  Start  Smart Working

Si tratta quindi di una “sfida” che le aziende e le pubbliche amministrazioni italiane, devono vincere a tutti i costi, non solo per contrastare la diffusione del Covid-19, ma in un’ottica proiettata verso il futuro.
Non sempre è facile adattarsi ai cambiamenti imposti da un evento in genere, specialmente, se si tratta di una pandemia, ma è proprio nei momenti di difficoltà che deve emergere la parte migliore di ciascuno di noi: “l’ingrediente” giusto che da “sapore” alla sfida che ci attende.

S.T.A.R.T., un Think Tank, formato prevalentemente da professionisti siciliani, ha deciso di accettare tale sfida. È in pratica un “Serbatoio di Pensiero Made in Sicily”, composto da persone accomunate dalla voglia di reagire e che vogliono proporre delle soluzioni per rilanciare l’economia siciliana.

S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation) è un gruppo eterogeneo di professionisti in diversi settori: Manageriale, Finanziario, Marketing, Comunicazione, Diritto Internazionale ecc., che si propongono come umili generatori di valori, in grado di contribuire alla ripresa delle aziende siciliane.

“Siamo un gruppo di professionisti e come tali non ci piace attendere. Siamo siciliani, italiani, europei e internazionali, bianchi, neri, di diversa religione e che parlano diverse lingue. Poco importa se abbiamo effettuato percorsi di studio diversi: diritto, economia, ingegneria, se indossiamo la toga in tribunale o il casco nei cantieri.

Ciò che importa e che ci accomuna, con il sorriso e la giusta determinazione, è la creazione da zero di qualsiasi forma di bene e servizio in grado di generare un valore, economico, sociale e professionale.

Proviamo a migliorarci ogni giorno, per migliorare le imprese che lavorano e creano sviluppo nei territori in cui viviamo. Tutto è iniziato prima del Coronavirus, attraverso la piattaforma LinkedIn ed altri Social Network che hanno permesso di farci conoscere.

Il disagio mondiale causato dal Coronavirus, ci ha obbligati a non restare fermi e di attendere quindi che finisse, ma di reagire con la ferma volontà di inseguire dei sogni da realizzare.

Il turismo in Sicilia

Sicilia, la bella signora che digitalizza i suoi territori

Una serie di progetti, volti alla riqualificazione e alla valorizzazione dei piccoli comuni siciliani, servendosi delle tecnologie informatiche, è la nuova sfida, accolta con entusiasmo da S.T.A.R.T. (Sicilian Talents A Real Transformation), Think Tank formato da professionisti siciliani operanti in diversi settori: economia, informatica, giurisprudenza, beni culturali, agraria ecc.

L’iniziativa di S.T.A.R.T., con la partecipazione di EDUCTT, Società che si occupa di innovazione e digitalizzazione, intende proporre delle soluzioni per l’economia e il turismo dei piccoli borghi e centri storici, tramite la digitalizzazione del territorio Siciliano.

Quest ultimo aspetto si intende realizzare promuovendo in modalità multimediale le bellezze della storia, della cultura, dei musei, delle chiese, dei percorsi esperienziali ed enogastronomici, ovvero l’evoluzione culturale di ciò che concerne la fruizione turistica, grazie al quale il turista esce dal ruolo passivo di semplice spettatore, per diventare oggetto attivo dell’offerta turistica proposta.

L’obiettivo del progetto è di inserire in un unico circuito digitale le Comunità Albanesi in Sicilia, e i paesi limitrofi e della Valle del Sosio. Tramite una piattaforma digitale questi Comuni hanno la possibilità di far emergere nuove destinazioni turistiche e di promuovere le proprie attrazioni storiche, culturali e turistiche. con l’installazione di pannelli multimediali, interattivi e touch screen da 65/75 pollici, in cui il turista può visualizzare e scegliere l’esperienza che desidera acquisire. Attualmente, a questo progetto hanno aderito i Comuni di Contessa Entellina, Prizzi, Chiusa Sclafani, Giuliana.

Nel Turismo Esperienziale l’offerta turistica tende a trasformarsi sempre di più in una reale esperienza di vita, in grado di coinvolgere emotivamente, intellettualmente e fisicamente l’ospite. Il supporto di adeguate risorse offerte dalle innumerevoli potenzialità del web, rende tale forma di turismo, ancora più efficace, basti pensare all’uso di piattaforme di e-commerce, che integrano sistemi di feedback, dove il turista può condividere le esperienze vissute nel suo viaggio.

La parola chiave di questo progetto è: “Restare Connessi!”. Con il piano strategico della digitalizzazione del territorio e dei servizi, si riuscirà a identificare, riqualificare, valorizzare e promuovere il patrimonio culturale anche ai fini della qualificazione dell’offerta turistica.

L’entroterra siciliano racchiude dei veri e propri tesori culturali, custoditi da secoli in piccoli borghi, ma dalla grande importanza immateriale che merita sicuramente la doverosa attenzione: la preservazione delle proprie origini e la valorizzazione di antichi tradizioni, strutture religiose, castelli, palazzi ricchi di storia e arte, per evitare che la cultura negativa, legata alla logica dell’abbandono prevalga sulla voglia di riscatto.

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La Baronessa di Carini

La Baronessa di Carini

La Baronessa di Sicilia

La Baronessa di Carini. Aveva solo quattordici anni Laura Lanza, quando venne data in sposa a don Vincenzo La Grua, barone di Carini, e da questa infelice unione è nata la storia della Baronessa di Carini. Confinata nel castello e trascurata dal marito, intraprende una relazione amorosa clandestina, diviene amante del cugino del marito, Lodovico Veragallo, una relazione intensa e duratura che porterà al concepimento di ben otto figli. Il periodo storico è quello del ‘500, quando in Sicilia i padroni erano i latifondisti, feudatari senza scrupoli, veri e propri tiranni nei confronti dei contadini, ma non solo.

La Baronessa di Sicilia


Questa vicenda, che mescola la leggenda alla cronaca, è stata narrata in diversi modi, per molti secoli la versione più accreditata è stata quella del delitto d’onore. La baronessa infatti è stata barbaramente uccisa a coltellate dal padre insieme al suo amante, quest’ultimo invece, secondo la versione,  per mano del marito. La prima traccia scritta di questa orribile vicenda risale al 1870, dopo aver raccolto circa quattrocento storie tramandate per via orale, l’antropologo Giuseppe Salamone Marino ne scrive un poemetto dal titolo “L’amaro caso della signora di Carini”. Bisognerà aspettare anni più recenti per scoprire che le cose, probabilmente, non erano andate per come si è voluto far credere, e che il vero movente poteva essere ben diverso.


Non già il delitto d’onore, come per anni si è narrato, ma ragioni di natura economica, debiti da onorare dunque  avrebbero spinto il padre, in complicità con il genero, a commettere il gesto infame. Rinchiusi in una stanza del palazzo per oltre otto ore, i due amanti, sarebbero stati assassinati dopo l’arrivo del marito, affinché vi fossero le condizioni per farla franca, grazie alle leggi del tempo, anche dal punto di vista economico. Solo una breve latitanza per il padre, don Cesare, fino alla Grazia concessa dall’allora re di Spagna.

 I figli furono disconosciuti dal marito, Vincenzo La Grua,  probabilmente sterile, che si risposò dopo meno di due anni con Ninfa Ruiz, risistemando il castello per accogliere la seconda moglie e facendo incidere sulla porta della camera della prima Et nova sint’omnia, quale auspicio di rinnovamento.

Ad appassionarsi al caso, oltre i cantastorie del tempo che narravano della triste fine della Baronessa di Carini in tutti i luoghi di passaggio, anche i Ris di Messina, dopo cinquecento anni e con i nuovi mezzi investigativi, si tenta di portare nuovi elementi per avvalorare la pista del delitto perfetto perpetrato per meri motivi economici. A  riaprire il caso di recente, insieme, al corpo speciale dei carabinieri, anche un grafologo, che ha studiato e comparato documenti del tempo. Neppure sul luogo di sepoltura si hanno certezze, anche se nella cripta dei Lanza si trova una tomba senza nome con sopra scolpita una giovane donna nel gesto del sonno che potrebbe essere quella di Laura Lanza. Un luogo, questo, solo recentemente scoperto e in modo casuale, durante alcuni lavori di sistemazione della Chiesa di Sam Mamiliano. Per molto tempo si è cercato altrove, a cominciare dal duomo di Carini, nella cripta sotto l’altare dove  venivano seppelliti i La Grua. E sempre nella stessa Chiesa Madre della piccola cittadina della provincia palermitana,  viene custodita la lettera in cui il padre della baronessa confessa il crimine al re di Spagna, Filippo II, ma anche in questa ricostruzione vi sono una serie di incongruenze sottolineate dal grafologo, Carmelo Dublo, che sta cercando di fare chiarezza sulla terribile vicenda.

«Sacra Catholica Real Maestà,
don Cesare Lanza, conte di Mussomeli, fa intendere a Vostra Maestà come essendo andato al castello di Carini a videre la Baronessa di Carini, sua figlia, come era suo costume, trovò il barone di Carini, suo genero, molto alterato perchè avia trovato in mismo istante nella sua camera Ludovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde detto esponente mosso da iuxsto sdegno in compagnia di detto barone andorno e trovorno detti baronessa et suo amante nella ditta camera serrati insieme et cussì subito in quello stanti foro ambodoi ammazzati.
Don Cesare Lanza

Nel frattempo anche la finzione cinematografica ha dato un tributo attraverso alcuni sceneggiati televisivi di grande successo, strappando il primato ai cantastorie che per secoli hanno narrato della povera baronessa di Carini:

«Chianci Palermu, chianci Siracusa
a Carini c’è lu luttu in ogni casa.
Attorno a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa nu beddu cavaleri.
Lu Vernagallu di sangu gintili
ca di la giuvintù l’onuri teni.
“Amuri chi mi teni a tu’ cumanni,
unni mi porti, duci amuri, unni?

Vidu viniri ‘na cavallaria.
Chistu è me patri chi veni pi mmia,
tuttu vistutu alla cavallarizza.
Chistu è me patri chi mi veni a ‘mmazza.
Signuri patri, chi vinisti a fari?”
“Signora figghia, vi vegnu a ‘mmazzari”.

Lu primu corpu la donna cadiu,
l’appressu corpu la donna muriu.
Nu corpu a lu cori, nu corpu ‘ntra li rini,
povira Barunissa di Carini».

La visita al Castello di Carini è un’esperienza estremamente suggestiva, la leggenda vuole che ogni anno, nel giorno in cui Laura Lanza venne assassinata,  il 4 dicembre, nella parete dove la povera sventurata  poggiò la sua mano insanguinata compaia l’impronta ben visibile ai visitatori.

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